La recente scomparsa di Joe Cocker (22 dicembre 2014), una delle voci più incisive e significative del pop-pock di tutti i tempi, ha riacceso, come normalmente avviene in questi casi, l’interesse verso uno di quegli artisti che nell’immaginario collettivo sembrano durare per sempre e di cui si parla a fasi alterne sopravvivendo nella memoria più per il suo glorioso passato che per il presente.
Dalla seconda metà degli anni ‘70 la luce dei riflettori per Joe Cocker sembra attenuarsi e gran parte del pubblico si allontana lasciandolo quasi solo con i suoi guai psico-fisici che non gli impediranno comunque di abbandonare la musica e proseguire imperterrito sotto la fioca luce di quello che sarà solo un temporaneo crepuscolo.
Nel precedente articolo a lui dedicato (Raropiù n°6 – ottobre 2013) avevamo lasciato l’artista all’inizio di quella che fu per lui la parte più ingloriosa della sua lunga carriera, contraddistinta da guai finanziari e seri problemi psicofisici dovuti all’abuso di alcool e stupefacenti. Tutto ciò ha comportato una perdita di credibilità e fiducia da parte del pubblico e, soprattutto, da parte dei discografici nei confronti di un personaggio pur di grande successo internazionale, diventato all’epoca già un mito destinato a durare nel tempo ma i cui errori hanno segnato pericolosamente e messo a rischio la sua vita.
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